Conferenza Organizzativa per la stesura di un
programma Politico-Ambientale dell’ EcoDem Abruzzo.
In seguito all’incontro tenutosi alla fine di agosto presso la sede del PD Regionale a Pescara, al fine di contribuire alla stesura del programma EcoDem per le prossime elezioni regionali, ritengo sia utile produrre il seguente articolo che affronta alcune tematiche specifiche sia in termini politici che in termini ambientali.
Il 20° secolo, il cosiddetto “Secolo breve”, ha prodotto una accelerazione notevole delle attività umane in tutti i campi; basti pensare all’evoluzione del sistema dei trasporti, oppure all’evoluzione del sistema di produzione energetico, oppure, agli sconvolgimenti prodotti da due guerre mondiali, nella prima metà del secolo, e due guerre locali (il Vietnam e l’Afganistan), nella seconda metà del secolo. Insomma tutto ciò che l’uomo aveva prodotto, dalla sua comparsa sul pianeta fino alla soglia del settecento, in termini di conoscenza e, conseguentemente, in termini di attività socio-economiche, rappresenta una parte molto piccola rispetto a ciò che ha prodotto negli ultimi 250 anni. E la stragrande parte dell’attività socio-economica prodotta dalla metà del settecento ad oggi è avvenuta negli ultimi 100 anni. In estrema sintesi dalla metà del settecento ad oggi, se pensiamo al solo aspetto tecnologico (che ha rappresentato e rappresenta il motore dell’attività pratica del genere umano), l’umanità è passata attraverso quattro rivoluzioni: la prima che ha cambiato i sistemi di produzione attraverso la sostituzione delle braccia umane con le macchine a vapore; la seconda che ha sostituito i mezzi per la mobilità umana con macchine veloci (auto, treni, aerei); la terza che ha cambiato la comunicazione attraverso l’introduzione dei sistemi d’informazione (telematici, informatici e della comunicazione di massa); la quarta che ha cambiato i sistemi di produzione da locali a globali.
È ovvio, perciò, che la stragrande parte (o forse tutti?) dei sistemi ecologici abbiano risentito enormemente di queste trasformazioni, basti pensare solamente alla concentrazione degli inquinanti del sistema fognario (dai tempi dell’Impero Romano ai giorni nostri) per scoprire quale enorme impatto ha prodotto su tutti i corpi idrici, negli ultimi 100 anni, l’introduzione dei servizi igienici in ogni singola abitazione del cosiddetto occidente industrializzato. Se pensiamo, inoltre, al cambiamento dei sistemi di produzione dei beni di consumo ed alla enorme massa di questi ultimi introdotti sui mercati mondiali in analogo periodo, abbiamo finalmente la misura dell’enorme impatto provocato dal genere umano sull’ambiente in cui vive, sia in termini di consumo di materia prima, sia in termini di trasformazioni territoriali (e relativa concentrazione demografica), sia in termini di sconvolgimento degli ecosistemi. Tutto è conseguenza di tutto, potremmo dire per estremizzare la sintesi.
Cosa succederà nei prossimi secoli non possiamo prevederlo, possiamo però immaginare cosa succederà se continuiamo a sostenere il sistema socio-economico attuale, ignorando ciò che questo sistema ha prodotto fino ad oggi, sottovalutando la sofferenza del pianeta sotto i colpi dell’attività umana. Basti guardare un attimo a cosa ha significato, sotto il profilo del consumo energetico, lo sviluppo repentino di due grandi paesi, la Cina e l’India: aumento dei consumi di petrolio, aumento delle emissioni in atmosfera, aumento della produzione dei rifiuti industriali e civili, e così via.
Tutto questo perché nell’epoca della globalizzazione nessuno possa ulteriormente ignorare che è necessario assuma ugual ruolo globale il controllo delle attività umane, intese come sistemi di produzione o sistemi relazionali. È importante, insomma, imporre l’attenzione sulle tematiche ambientali per far si che parole come “sostenibilità” non rimangano solo affermazioni di principio, ma si traducano in fatti reali, altrimenti il genere umano non potrà sopravvivere ed il pianeta cercherà nuovi equilibri; d’altronde il pianeta lo ha già dimostrato durante l’era dei dinosauri che, appunto, da un’era ad un’altra, per motivi sconosciuti, sono letteralmente scomparsi dalla faccia della terra.
L’Abruzzo rappresenta un’infinitesima traccia del sistema socio-economico mondiale, e sicuramente non racchiude in se problematiche ambientali drammatiche come in altre parti del pianeta, anche se, pensando a ciò che è successo a Bussi sul Tirino, oppure a quella che sembra essere una vera e propria trasformazione della costa teatina in regione mineraria per l’estrazione di petrolio, sicuramente qualche riflessione è doveroso farla; ciò detto, risultare chiaro ed evidente che: porre l’attenzione alle politiche ambientali è condizione necessaria per conservare il giusto equilibrio ambientale nella nostra Regione. Tutto ciò che possiamo pensare per migliorare le condizioni socio-economiche dei nostri concittadini non potrà mai prescindere dalle conseguenze che queste provocano all’ambiente in cui viviamo, sia in termini di qualità della vita sia in termini di garanzia di vivibilità nello stesso ambiente per le generazioni future. In altri termini: il tema della “sostenibilità ambientale” deve essere centrale in ogni azione politica.
Dopo quanto sopra affermato, si potrebbe passare alla trattazione del sistema di produzione energetica regionale, invece che del sistema di gestione integrata dell’acqua, o dei sistemi naturalistici delle zone montane, o di altri argomenti importanti in termini di impatto sull’ambiente; ritengo, però, che ci siano persone più preparate, pronte ad intervenire su queste tematiche; perciò in questo articolo si parlerà solo di alcuni argomenti che riguardano il sistema integrato per la gestione dei rifiuti; più in particolare della ricaduta della gestione integrata dei rifiuti sotto l’aspetto socio-economico.
Sembrerebbe inutile riaffermare che questa compagine politica, che ancora guida la Regione Abruzzo, ha il grosso merito di essere riuscita a ridisegnare il panorama della gestione dei rifiuti dopo un black-out di oltre cinque anni. È invece utile rimarcare con forza che il centro destra abruzzese, ed in particolare i politici Nazional Alleati, hanno fermato un sistema che era già ben avviato e che avrebbe dovuto, dal 2000 al 2005, mettere a regime tutta una serie di meccanismi che oggi, nell’anno 2008, avrebbero portato l’Abruzzo allo stesso livello di altre regioni Italiane; avremmo potuto avere in otto anni impianti di trattamento sufficienti per il fabbisogno regionale e, forse, avremmo già potuto – tre anni fa – cominciare a parlare di sistemi alternativi all’uso preponderante delle discariche per lo smaltimento finale dei rifiuti. Ma così non è stato e l’attuale compagine di centro-sinistra ha solo potuto ridisegnare, aggiornandolo, un piano dei gestione integrata dei rifiuti.
Perché è avvenuto tutto questo? Perché dalla fine degli anni ’90, posto rimedio ad un’emergenza gestionale dei rifiuti che si trascinava da un decennio, mediante l’apertura di una serie di impianti di smaltimento finale, non sono andate avanti politiche di differenziazione, recupero e riutilizzo dei rifiuti, unitamente a politiche impiantistiche tali da uniformarci alle direttive Europee e Nazionali? Sembrerebbe ozioso analizzare questi interrogativi, ed invece così non è perché ciò che è successo in passato in termini di emergenza rifiuti, potrebbe riproporsi in un immediato futuro; tant’è che in un precedente articolo, mai pubblicato ma riportato in allegato al presente scritto, in cui si parlava di nuova emergenza per il sistema regionale per la gestione dei rifiuti, si cercava di proporre, tra le righe, una disamina dell’attuale situazione gestionale abruzzese.
Come già accennato, fra la metà e la fine degli anni novanta esistevano in Abruzzo una diecina di discariche tra i 100.000 mc ed i 2.000.000 mc (quella di Cerratina – Lanciano) che promettevano per oltre un quinquennio, una gestione “tranquilla” dei rifiuti domestici. In questo contesto maturò un piano regionale (redatto dagli stessi soggetti che hanno prodotto l’attuale piano – sotto altro nome societario) che aveva forse un solo difetto: la moratoria per cinque anni dello smaltimento finale dei rifiuti mediante incenerimento con recupero energetico. Per il resto era un buon piano che andava sicuramente, sotto alcuni aspetti, migliorato (così come proposto dal sottoscritto all’Assessorato Per l’Ambiente nell’aprile del 2001), ma che manteneva un buon equilibrio negli A.T.O. e fra gli A.T.O., migliorava la concorrenza, promuoveva le raccolte differenziate e, cosa ben importante, non circoscriveva le tecnologie per il trattamento.
Nel 2000, anno in cui i Nazional Alleati hanno assunto la guida delle politiche regionali per la gestione dei rifiuti, è successo qualcosa che ha interrotto un cammino certamente positivo sviluppato dalle compagini governative regionali dall’ 88 al 2000. Appena insediati, illustri rappresentanti Nazional Alleati (Assessore all’Ambiente, Assessori di importanti comuni, consiglieri regionali e provinciali) cominciano a parlare di “piano inadeguato”, di “piano da cambiare”, di raccolte differenziate da evitare perché troppo costose, di tecnologie limitate ed altri argomenti generici tali da bloccare di fatto l’applicazione del piano (in quel periodo, oltre la giunta regione, tre province su quattro ed i maggiori comuni erano in mano al centro destra). Insomma, passava il motto di Bartaliana memoria “tutto sbagliato, tutto da rifare. Risultato: il caos più completo, e dal 2000 al 2005 è stato solo bloccato il piano vigente, ma quello nuovo non arrivava – e non arrivò. Che cosa si aspettava? Forse il continuo parlare di inceneritori aveva creato aspettative fra i vari imprenditori locali e non, ma non si trovavano posizioni di equilibrio? Forse il mercato dello smaltimento dei rifiuti stava trovando nuovi assetti a dispetto delle esigenze abruzzesi? Sono queste alcune delle ipotesi che, alla luce di ciò che sta succedendo in questi giorni, possono per certi aspetti essere ritenute valide; infatti il mercato gestionale si è assestato (a beneficio di un unico operatore di settore che controlla direttamente ed indirettamente le più importanti società di gestione dei rifiuti domestici abruzzesi) e si cominciano a sentire voci di interessi di vari imprenditori locali alla costruzione di inceneritori (si precisa che il sostantivo “termovalorizzazione” è solo italiano, inventato per glissare il sostantivo “inceneritore” mal digerito dall’opinione pubblica).
Altro accadimento, non secondario, durante la gestione dell’Assessorato all’ambiente dei Nazional Alleati, c’è stato lo svuotamento degli uffici regionali dedicati proprio alla gestione dei rifiuti e l’azzeramento di ogni investimento per la qualificazione del personale; tutto questo ha prodotto un progressivo impoverimento della cultura pubblica in un settore, come quello della gestione dei rifiuti, in continuo movimento, e la conseguente progressiva invasione della cultura degli o dell’operatore privato che (proprio per la combinazione di due effetti, confusione di indirizzo politico e depauperamento della cultura pubblica) ha pesantemente condizionato le politiche di indirizzo della stessa regione. Prova ne sono, tra le più importanti: il prodotto della formazione dei singoli A.T.O. risultanti dalla nuova pianificazione, la continua ingerenza sulle scelte tecnologiche degli impianti ad uso pubblico, il monopolio delle informazioni di carattere gestionale che producono, come conseguente effetto un monopolio di costi di smaltimento. In poche parole la mancanza di riferimenti certi negli uffici pubblici ha prodotto uno snaturamento della collaborazione pubblico/privato riducendola ad una vera e propria invasione del privato della sfera degli interessi pubblici.
Questa cultura ha preso piede e continuerà nel tempo fino a quando: i servizi pubblici e soprattutto le aziende pubbliche rimarranno in mano ai partiti, che per squallidi interessi di mantenimento di posizioni di potere evitano di scegliere gente capace di ragionare con la propria testa; le lungaggini burocratiche produrranno ritardi sulle realizzazione pianificate; i funzionari pubblici rimarranno “ignoranti” rispetto al sapere derivante dal continuo aggiornamento di settore; esisterà un effettivo scoordinamento tra le istituzioni pubbliche; e soprattutto, fino a quando la Regione Abruzzo non si riprenderà quel ruolo di responsabilità necessario allo sviluppo di tutto il sistema rifiuti.
Altro capitolo importante è quello relativo all’informazione ed al controllo (o viceversa) sulla gestione dei rifiuti. Negli ultimi 8 anni è successo che la mancata conoscenza ed esperienza in campo ambientale (sotto tutti gli aspetti) da parte dei vari personaggi nominati dai partiti nei vari enti pubblici di controllo, ha prodotto e sta producendo dei guasti incalcolabili nel panorama ambientale abruzzese e non solo nel settore della gestione dei rifiuti. Questi guasti derivano, quindi, da una non adeguata guida degli enti di controllo, ma non solo da questa: questi guasti derivano anche da un rapporto sporadico con le istituzioni della cultura pubblica, dalla scarsa collaborazioni con strutture scientifiche presenti sul territorio, dalla mancanza di personale o dalla mancata razionalizzazione delle funzioni del personale già presente e dalla scarsa collaborazione con gli Enti Locali.
Non è possibile che nella maggior parte delle province così come nella stessa regione, manchino la maggior parte dei dati relativi alla gestione dei rifiuti attualizzato almeno a due anni precedenti all’anno corrente, come non è possibile che un direttore generale dell’ARTA non sia aggiornato sugli studi in campo ambientale prodotto da Università, Enti di ricerca, associazioni ambientaliste e, neanche della situazione dei controlli sulle acque. Tutto questo è semplicemente scandaloso.
Basta quanto detto sino ad ora per cominciare a pensare ad una politica sulla gestione dei rifiuti fatta non solo di pianificazioni ma anche di cultura adeguata dei dipendenti pubblici, controllo, conoscenza della realtà numerica dei rifiuti in circolazione. Oltre a ciò, per i motivi sopra detti, bisogna ripristinare un corretto rapporto fra interesse pubblico ed interesse privato e questo lo si può fare solo spezzando la spirale che fa scomparire del tutto le regole di mercato. Bisogna incentivare gli investimenti nel campo del recupero da parte di più soggetti privati e accelerare la costruzione degli impianti di competenza degli enti pubblici già operativi sul mercato della gestione dei rifiuti; bisogna, perciò, accelerare i tempi di approvazione dei progetti e sveltire le pratiche finanziarie.
In definitiva, bastano pochi punti per la definizione di un programma di gestione dei rifiuti in abruzzo: 1°) aggiornare e riqualificare i funzionari regionali; 2°) controllare l’operato degli enti di controllo; 3°) promuovere la costruzione degli impianti di trattamento pubblici e privati per allargare il mercato; 4°) rimodulare gli ATO ed accertare costantemente l’effettiva concorrenzialità del mercato; 5) riorganizzare gli osservatori sulla gestione dei rifiuti (anche dal punto di vista della certificazione delle raccolte differenziate); 6) promuovere competenza e professionalità per la direzione dell’ARTA regionale; 7) organizzare un tavolo tecnico tra istituzioni, università e centri di formazione e ricerche. Questi rappresentano i punti più importanti a cui accompagnare una costante propensione al rispetto delle politiche più generali che vedono da più di un decennio promuovere il nostro Abruzzo come “Regione Verde d’Europa”. Non dimentichiamolo mai.
Pennadomo lì 8 settembre 2008
Circolo “Barry Commoner” Lanciano-Sangro-Aventino
Nico Frattura
Emergenza Rifiuti Lanciano 25 luglio 2008
Nessuno ne parla, ma la realtà non cambia:dal prossimo primo gennaio 2009 (fra meno di cinque mesi) i rifiuti che non verranno trattati non potranno andare più in discarica. Il trattamento consiste, essenzialmente, nella triturazione dei rifiuti e nel loro passaggio in impianti capaci di digerirne la parte organica in modo da renderla simile ad un terriccio. Parliamo dei rifiuti domestici, tralasciando i rifiuti prodotti dalle attività industriali, artigianali, commerciali e di servizio a cui devono pensare autonomamente i titolari di queste attività. In Abruzzo, ad oggi, esistono solo pochi impianti che possono trattare in modo completo meno di un terzo dei rifiuti domestici prodotti in Abruzzo, e sono localizzati: uno nel Vastese, uno nella Valle Peligna, uno nella Marsica ed uno nell’Alto Sangro. Oltre a questi ci sono 4 impianti industriali (uno a Lanciano, uno a Pescara, uno nella Val Vibrata ed uno all’Aquila) la cui funzione è solo quella di triturare i rifiuti (con un tocco di ridicolo a Lanciano e Pescara dove i rifiuti vengono triturati, separati – il secco dall’umido – e rimischiati in discarica) che trattano meno della metà dei rifiuti domestici Abruzzesi. Poi c’è un impianto, della DECO S.p.A. (che da sola tratta e si appresta a trattare, direttamente e indirettamente, più del 60% dei rifiuti domestici Abruzzesi) per il trattamento fino a 220.000 tonnellate all’anno di rifiuti domestici, autorizzato “miracolosamente” dalla Regione Abruzzo (in base a chissà quale marchingegno interpretativo delle vecchie pianificazioni Regionale e Provinciali) un paio di anni prima dell’attuale pianificazione che stabilisce un unico Ambito tra parte della provincia di Chieti e tutta la Provincia di Pescara (roba da maghi preveggenti). Infine ci sono gli impianti ancora da progettare come quello del Consorzio Comprensoriale di Lanciano i cui impianti vengono progettati, costruiti e gestiti dalla Ecologica Sangro s.r.l. (60% del capitale detenuta dalla DECO S.p.A.). Su questo impianto c’è veramente da riflettere. Presentato dall’Ecologica Sangro s.r.l. un primo progetto ben sette anni fa, fu subito sostituito nell’anno 2002, con uno più innovativo, ma anche quest’ultimo non andava bene ai tre consiglieri nazional alleati del Consorzio Comprensoriale Lancianese; così ché negli anni successivi sono stati presentati, sempre dall’Ecologica Sangro, altri tre o quattro progetti (se n’è perso il conto) con un altalena impressionante tra lo stesso Consorzio Comprensoriale Lancianese, che indicava una ben precisa tecnologia da seguire e l’Ecologica Sangro (leggi DECO S.p.A. che ne detiene, si ribadisce, il 60% del capitale e che ha provveduto ultimamente a cacciare tutto lo staff tecnico e dirigenziale lancianese per ricondurre tutta la direzione nei propri uffici di Pescara) che puntualmente faceva pressione perché se ne realizzasse un’altra. Una vergogna che rasenterebbe il ridicolo se non ci fosse di mezzo la DECO S.p.A. che nel frattempo sta ultimando quell’impianto miracolato, a Chieti Scalo, che da solo può lavorare anche i rifiuti dell’Ambito Lanciano-Vasto. Sempre la stessa cosa: quando si parla di rifiuti domestici in Abruzzo spunta sempre il nome della DECO S.p.A.. Sarà un Caso?
Certo non è una cosa che potrà protrarsi nel tempo visto che le scadenze sono molto ravvicinate, ma intanto l’altalena tra Ecologica (DECO) ed il CdA del Consorzio (tutto il CdA?) va avanti . E dire che il Consorzio Comprensoriale Lancianese è stato il primo in Abruzzo a dotarsi di un impianto che ha soccorso l’intera Regione, e per un periodo di tempo limitato la Regione Campania. Solo una vergogna? Non oseremmo mai credere che si trattasse di più, visti gli interessi in gioco che ammontano per i soli rifiuti urbani a più di 50 milioni di euro all’anno. Quanti ne introiteranno ciascuno le imprese abruzzesi? Si fa presto a fare il conto 35 milioni una sola, se andrà avanti così come ora va avanti il mercato, il resto, invece, verrà ripartito fra un’altra decina di soggetti: una briciola ciascuno. Evviva la concorrenza.
Nico Frattura
Il problema lo ha sollevato Ottaviano del Turco con una presa di posizione sui cosiddetti Termovalorizzatori di cui la Regione Abruzzo avrebbe bisogno per scongiurare la “sindrome campana”.
Certo I toni delle reazioni alla presa di posizione del Governatore assomigliano più ad un pubblico da stadio (compresi gli ultras) che a riflessioni serie capaci di mettere sul tavolo più di un problema, e più in generale la cosiddetta gestione integrata dei rifiuti.
Apriamo l’arancia e controlliamo gli spicchi: la produzione globale dei rifiuti, la riduzione degli imballaggi, il recupero di materia, il trattamento dei rifiuti irrecuperabili, lo smaltimento finale. Ci sono tutti i più importanti. Benissimo! Vediamo ora; con i tempi che corrono, favorire le strategie sia civili che industriali della riduzione globale dei rifiuti (che poi significa favorire tutto ciò che mira alla revisione di tutto il sistema degli imballaggi ed alla differenziazione dei rifiuti per un corretto recupero di materia) equivale a sfondare porte già aperte. Sono gli ultimi due spicchi dell’arancia che bisogna guardare con un po’ più di attenzione.
Il trattamento dei rifiuti bisogna farlo così come dice la CEE (quindi, per legge) e, si badi bene, è il tipo di trattamento che disegna lo scenario futuro dello smaltimento finale dei rifiuti. Nella migliore delle ipotesi si può arrivare a ridurre i rifiuti da smaltire fino al 70% della quantità prodotta nelle case e nelle attività produttive in genere. E dell’ultimo 30% che cosa ne facciamo? Inutile girare intorno al problema: o continueremo ad attuare le vecchie politiche delle discariche, che presuppongono un occupazione di vaste aree di territorio, oppure dobbiamo trovare sistemi di smaltimento tali da ridurre al minimo quest’occupazione.
Alla fine, fra non meno di 10 anni, chi dovrà scegliere, sceglierà, si spera, fra il minore dei mali riguardo gli impatti che si produrranno sull’ambiente. Il nostro compito è quello di controllare, serenamente e senza pregiudizio alcuno, che vengano perseguiti sempre e solamente gli interessi collettivi, riguardo la salute ed il benessere.
Perciò, oggi, la levata di scudi contro gli inceneritori o le sbracate a favore, sono del tutto fuori luogo. Nel frattempo tutti dovremmo perseguire obbiettivi che portino la nostra Regione a ridurre la quantità dei rifiuti da trattare di almeno il 40% e scegliere impianti molto flessibili in modo da non legarci ad un solo sistema di smaltimento. Insomma, la discussione intorno al nuovo piano di smaltimento dei rifiuti in Abruzzo dovrebbe rappresentare una buona occasione per discutere seriemente dei problemi e non per far prevalere gli interessi di parte (politica o non).
A Lanciano, infine, i vari personaggi che cercano visibilità (ormai i soli paladini dell’ambientalismo nostrano), anche attraverso le disgrazie altrui, parlano, parlano, ma di proposte serie non se ne sentono. Nessuno che abbia proposto, per esempio, di cominciare con studiare seriamente tutte le aree critiche della città (magari con l’Università, con il Mario Negri, con gli specialisti locali, con l’ARTA) e vediamo cosa risulterà. Forse così avremo una mappa seria su cui confrontarci con qualsiasi proposta in campo impiantistico venga avanzata. Anzi, volete saperlo, forse è la prima cosa da fare. Altro che chiacchiere.
Lanciano 8 maggio 2008 Nico Frattura