Documento per l’ambiente e la salute a cura degli
Ecologisti Democratici
Sembrerebbe poca cosa presentare un documento del genere, ma noi ci proviamo ugualmente, sperando che quello che trattiamo sia condiviso dal Partito Democratico e da tutta la coalizione che il 30 novembre ci porterà a scegliere nuovamente la Giunta Regionale e il Consiglio.
Il nostro documento parte dalla relazione del Coordinatore Regionale Vincenzo Pisegna presentata nell’occasione della prima assemblea regionale che si è tenuta ad Avezzano il 18.09.2008.
La relazione parlava di cose fatte e di cose che dovrebbero essere attivate se si vincono le elezioni.
Per prima cosa parla delle aree protette, dei parchi nazionali, di quelli regionali, delle varie aree protette gestite da associazioni o cooperative e di quelle aree protette che non hanno ancora nessun tipo di gestione quali i SIC o i siti archeologici che, secondo noi, andrebbero trattati come le aree protette canoniche.
Nei punti successivi parlava dei rifiuti, poi l’acqua e l’aria, energia, qualità della vita, sostenibilità.
Parchi ed aree protette
La nostra Regione già da diversi anni si è data una vocazione ambientalista al fine di proteggere la biodiversità affiancando al Parco Nazionale D’Abruzzo Lazio e Molise, 1921, il Parco Regionale Sirente Velino, 1989, due parchi nazionali, Parco della Majella 1994 e Parco del Gran Sasso e Monti della Laga 1995 ed uno regionale dove parchi e aree protette, tutte zone antropizzate da millenni. I parchi nazionali e quello regionale hanno un consiglio d’amministrazione ed un presidente, mentre le aree protette sono gestite da associazioni o da cooperative con contributi da parte della regione, che riescono a mala pena a far pareggiare il bilancio, con qualche persona impiegata e tantissimi volontari.
I parchi, nonostante tutte le persone impegnate, non riescono a presentare un piano di sviluppo, affinché il compito affidato loro, quello di proteggere la biodiversità, venga portato avanti, insieme ad un compito di maggior entità, far sì che la popolazione residente non guardi i parchi come strumento di vincolo ma di sviluppo.
Tra le aree protette ci sono le zone denominate S.I.C. ( Siti d’Interesse Comunitario), Z.P.S. (Zona Protezione Speciale) e Z.P.T. (Zona a Protezione Totale), istituite con l’Area Natura 2000. La maggior parte di loro ricadono nelle aree esterne dei parchi dove, per competenza, nessuno programma e dove la maggioranza dei Comuni risente del calo demografico, vuoi perché gli abitanti si spostano nei centri di maggior interesse per lavoro o studio, vuoi perché non ci sono vie di comunicazioni con gli stessi centri.
La Regione Abruzzo per tutte queste questioni impegna un Dirigente, Annabella Pace, coadiuvata da solo tre persone. Allora, per prima cosa necessita che la Regione ampli l’ufficio di responsabilità affiancando altre persone alla dirigente in modo che ci sia qualcuno che possa prendere in mano i SIC, ZPS e ZPT per fare un loro piano di gestione insieme anche agli enti parco cui i siti sono accorpati, mentre dove non sono accorpati a nessuno deve essere la Regione stessa a definire le loro linee guida. Risulta che la Regione abbia dato mandato all’Università di L’Aquila per definire delle linee guida di gestione dei SIC.
Intorno alle aree protette ci sono dei territori dove il problema della caccia ogni anno crea problemi tra le associazioni venatorie e i responsabili dei territori, l’ente parco, i comuni o la Provincia. Da anni si chiede di istituire le “aree contigue”, ma per volere dei cacciatori che risiedono nelle zone vicino alla costa, questo non viene nemmeno discusso, perché, secondo loro, le aree contigue riducono il territorio di caccia per ogni cacciatore, mentre nessuno si preoccupa del vuoto legislativo per cui ogni anno c’è da litigare.
La vocazione di questi luoghi è il turismo nella natura per il quale, seppure ogni anno nella nostra regione aumenti, nessuno interviene per creare nuove strutture di accoglienza aumentando i posti letto; questo anche perché manca un piano di sviluppo. Questo problema potrebbe essere risolto con il progetto dell’albergo diffuso che sta prendendo piede, ma che richiede maggiore attenzione da parte degli amministratori locali i quali dovrebbero favorire l’affidamento delle case che vengono utilizzate di rado dalle persone che per scelta hanno lasciato il proprio paese andando a vivere altrove e poi tornano solo in poche occasioni. Intorno alla gestione dell’albergo diffuso possono trovare lavoro persone del paese.
Insieme al turismo nella natura si potrebbe accostare il turismo dell’archeologia. Come sappiamo l’archeologia in Abruzzo abbonda, ci sono siti sparsi in tutta la regione, spesso lasciato in
mano ai “tombaroli” che trafugano oggetti preziosi, come avviene nell’area tra Trasacco e Collelongo, dove sono stati rinvenuti parecchi oggetti d’antichità , e nella necropoli di Amplero, dove è stato rinvenuto un letto in osso, ora esposto nel museo di Chieti.
Un esempio di gestione fatta male? Nella Marsica esistono una quindicina di siti di interesse straordinario, dal villaggio di palafitte a Celano alla Grotta Continenza di Trasacco, dove si parla di popolazioni di oltre 5000 anni, ma anche di Angizia di Luco dei Marsi o del villaggio romano di Collelongo. Bene, questi siti sono gestiti da tre diversi Sovrintendenti che non hanno un collegamento tra di loro, anzi c’è stizza fino a non poter ancora creare un unico percorso archeologico organizzato come esiste altrove. Sarebbe meglio mettere un solo sovrintendente e cercare fondi per poter fare gli scavi in modo da portare tutto alla luce e togliere di mezzo i tombaroli.
Si potrebbero fare degli accordi con le università straniere e fare in modo che i laureandi in archeologia possano fare tirocinio nei nostri siti, loro fanno esperienze, noi recupereremo i resti. Logicamente il lavoro viene pagato dall’Università e si potrebbe collegare un collegamento tra il turista per l’archeologia con quello per la natura e da qui far sviluppare il Piano Integrato del Turismo che agevoli i piccoli Comuni e li metta in rete.
Non vogliamo entrare nel merito dei programmi delle aree protette, non siamo i loro direttori per cui non spetta a noi dire come si protegge, per esempio, un orso, ma sappiamo che noi locali siamo legati da sempre a questa specie, tanto che siamo conosciuti in tutto il mondo proprio per l’Orso Bruno Morsicano e per questo abbiamo un obbligo nei confronti della comunità mondiale, quella della sua tutela e non farlo estinguere, perché, se ciò avvenisse, ne saremo i diretti responsabili.
A questo proposito è stato istituito il PATOM al quale oltre alla Regione ed alle Province hanno aderito molti Comuni, ma che fino ad oggi ha prodotto solo materiale cartaceo, tant’è che alcuni Comuni, come Pescasseroli, hanno aperto le piste, che erano state aperte per il taglio della legna poi chiuse con le sbarre, consentendo il transito dei fuoristrada, oggi tanto di moda, e i Quoad. Bisognerebbe che il PATOM producesse leggi a tutela degli animali da far approvare in Consiglio Regionale.
Con questa politica i Comuni di montagna si sono trovati sempre più isolati dal resto della regione che ha continuato a crescere, ma non dobbiamo arrenderci perché si potrebbe pensare ad una ripresa con il trattato di Kyoto che potrebbe vederci protagonisti per la fissione della Co2 tramite i boschi ed avere delle compensazioni, senza mettere in conto delle ripartizioni delle quote di Co2 che l’ENEA dovrebbe suddividere tra tutte le Regioni.
Il paesaggio dell’Appennino Centrale, è caratterizzato dalle fustaie di faggio, dai cedui di cerro e di castagno, ma anche dai pascoli magri di montagna dove il bestiame, soprattutto ovino, trascorreva l’estate e si ingrassava, oppure dai numerosi piccoli appezzamenti di terreno recintati e coltivati tutti diversamente (grano, orzo, avena, segale, patate, lenticchie, ecc.).
Tutti questi ambienti provengono dal solo intervento dell’uomo che per secoli ha utilizzato il territorio in modo sostenibile: le fustaie disetanee di faggio, per esempio, sono il risultato di una forma di governo del bosco caratterizzata dal taglio di alberi disetanei opportunamente selezionati; i cedui di cerro e di castagno, invece, sono l’effetto di tagli a raso che, però, favoriscono la capacità al “ricaccio” propria di alcune specie arboree; i pascoli, poi, grande serbatoio di biodiversità, sono il risultato di un attento e sapiente pascolamento praticato ininterrottamente per secoli; i coltivi, infine, recano ancora le tracce dell’instancabile lavoro delle generazioni che hanno sfamato.
Oggi, questi ambienti tipici del paesaggio dell’Appennino centrale sono tutti a rischio in quanto viene a mancare proprio quell’utilizzo appropriato che li ha generati. È necessario, pertanto,
ricercare e trovare nuovi metodi di esbosco (macchinari e tecniche di lavoro) i più appropriati per l’Appennino Centrale che, rafforzando questo anello ancora debole, rendano economicamente conveniente l’intera filiera delle biomasse per scopi energetici. Mentre per il pascolo va attivata una politica atta a riportare la pastorizia seminomade che un tempo ci caratterizzava e che oggi viene richiesta per prodotti di qualità.
Abbiamo lanciato il progetto “Abruzzo regione verde d’Europa” perché credevamo che insieme ad APE, Appennino Parco D’Europa” potessimo vincere una sfida, quella di uno sviluppo delle aree interne che sia paritetico a quello delle zone costiere. Così non è stato. Contrariamente la legislatura del cdx di Pace a preso accordi per una via differente, come quella del Centro Oli di Ortona, che oggi ci ritroviamo a combattere, invece di portare avanti il progetto del Parco Marino di Ortona. Oggi si hanno notizie che anche a Teramo si stanno organizzando per estrazioni di petrolio sia in mare che in terra ferma e che il Governo Berlusconi ha deciso che la regione Abruzzo dovrà diventare una regione mineraria e non più la regione dei parchi.
E’ questa l’idea che il Cdx ha dell’Abruzzo?
E noi non possiamo permettere che accada una cosa del genere, a costo di mobilitare tutta la popolazione.
Energia
Energia da fonti rinnovabili
Su questo tema è già stato fatto tanto con il Piano Energetico Regionale, ma il solo Piano non basta certamente.
Il Piano serve per stabilire una strategia; a noi tocca il compito di farlo sviluppare. Esso prevede che tutta l’energia utilizzata nella nostra regione sia da fonti rinnovabili. La nostra sfida è far crescere tutte le “filiere” delle energie rinnovabili, dall’eolico al fotovoltaico, dal mini idraulico alle biomasse.
Oggi in tanti hanno deciso di installare dei pannelli solari per la produzione di energia elettrica, per la produzione di calore per i termosifoni o per scaldare l’acqua sanitaria, ma nella nostra regione manca chi produca la tecnologia necessaria le cui componenti devono essere tutte importate, e inoltre sono pochissimi i tecnici abilitati all’installazione e quelli per la manutenzione e la gestione di grossi impianti, specialmente quelli di enti pubblici. Chiunque voglia installare il fotovoltaico deve rivolgersi fuori regione.
La nostra Regione deve far crescere imprese che possano costruire i pannelli e tutto quello che serve per l’installazione e fare formazione anche per la gestione e manutenzione. Queste carenze comportano che in troppi rinuncino alle fonti rinnovabili perché la manutenzione costa molto dovendo venire da fuori regione e poi, figuriamoci se un guasto dovesse verificarsi nei giorni di Natale o Pasqua.
Tanti enti pubblici hanno pensato di installare questa risorsa ma hanno il problema della successiva gestione, tant’è che, non potendo fare diversamente, la danno alla stessa ditta che installa i pannelli, mentre potrebbe essere un’opportunità per i giovani locali che avessero voglia d’imparare. Stessa cosa dicasi per l’eolico. Per questo tipo di energia rinnovabile vogliamo proporre un progetto, “Cantine Sociali del Sole e del Vento”, indirizzato alle piccole e medie aziende, specialmente se agricole in modo che possano apporre ai loro prodotti delle etichette che indichino l’utilizzo dell’energia pulita per la loro trasformazione. Del sole ne abbiamo già parlato mentre
adesso voglio parlarvi del mini eolico, pale di 18-20 metri che producono energia con vento da 3-3,5 metri al secondo e che possono produrre fino a 20 kw.
Logicamente bisogna rispettare le carte dei venti per vedere se è possibile installarle e monitorare poi in modo da dare delle informazioni sulla ventosità del sito. La Regione dovrebbe farsi carico di creare un fondo che possa finanziare l’utilizzo delle fonti energetiche alternative.
Questo per rimborsare quelle aziende che, avendo affrontato la spesa del minieolico e di altre forme di energie alternative, qualche volta non dovessero riuscire a pagare le rate d’installazione a causa di ridotta produzione dovuta a circostanze congiunturali quali l’occasionale mancanza di sole o di vento. Il fondo servirebbe a pianificare la rata. Un esempio, se la mia rata alla banca è di 5.000€ ed ho una produzione di 4.000€, la regione mi dovrebbe coprire per 1.000€.
Selle biomasse sappiamo che la Regione sta effettuando uno studio di fattibilità per due impianti pilota con la relativa coltura delle biomasse necessarie, il progetto si chiama DAE (Distretto Agricolo Energetico). Esso punta a creare due impianti pilota per la produzione di energia elettrica e termica da rivendere con il teleriscaldamento, nonché utilizzare 1500 ettari di terreno marginale per la coltivazione di biomasse. Come sappiamo la nostra Regione ha tantissima risorsa per biomasse, si va dai boschi agli scarti agro alimentari.
I boschi un tempo servivano a rifornire la legna sotto forma di uso civico, oggi molto è abbandonato; sono pochi i comuni che utilizzano l’uso civico per i cittadini, si fanno solo tagli industriali e a volte si rovinano i boschi con le aperture di piste che si addentrano per i boschi l’esbosco e poi viene lasciata aperta ai fuoristrada. L’Appennino Centrale è caratterizzato dalle fustaie disetanee di faggio e, più in basso, dai cedui di cerro e di castagno e se ci ritroviamo questo paesaggio è perché un lavoro sapiente dell’uomo che per secoli ha utilizzato il territorio in modo sostenibile: le fustaie disetanee di faggio, per esempio, sono il risultato di una forma di governo del bosco caratterizzata dal taglio di alberi di diversa età opportunamente selezionati; i cedui di cerro e di castagno, invece, sono l’effetto di tagli a raso che, però, favoriscono la capacità al “ricaccio” propria di alcune specie arboree.
Dal faggio si produceva il carbone vegetale, dal cerro si ricavava la legna da ardere e dal castagno, oltre che il frutto, si ricavava prevalentemente la paleria da lavoro. Oggi, tutti questi tipi di materiali legnosi hanno un valore commerciale troppo scarso rispetto agli esosi costi per l’esbosco, particolarmente quando si tratta di zone marginali; ciò comporta l’invecchiamento sia dei cedui di cerro e di castagno che delle fustaie di faggio.
Con l’attuale necessità di fonti energetiche alternative, però, la “legna da ardere” è diventata “biomassa per scopi energetici” acquistando valore, seppure non per il mercato, almeno per la sostenibilità delle risorse.
A questo punto, quindi, si giustifica la ricerca, nell’ambito della filiera foresta-legno-energia, di nuove e più valide soluzioni per coniugare un esbosco meccanizzato con l’orografia tipica dell’Appennino Centrale e con il basso valore del materiale legnoso, al fine di abbattere quei costi troppo elevati che rendono la fase dell’esbosco proprio l’anello più debole della filiera.
Gli scarti agro alimentari sono anch’essi una risorsa, benché siano considerati rifiuti a tutti gli effetti, tanto che bisogna avvalersi di tecnici per lo smaltimento. Per questo esistono vari sistemi per il loro utilizzo, sia essi bruciati che marciti, in entrambi i casi renderebbero energia. La prima direttamente dalla caldaia, la seconda utilizzano i gas della putrefazione. Questi rifiuti possono essere le sarmenti delle potature della vite, le potature ed i residui oleosi dell’olivicoltura, gli scarti delle lavorazione degli ortaggi e a volte gli ortaggi stessi che non vengono venduti.
Come è stato detto all’inizio, la Regione ha prodotto un buon piano energetico che prevede tutto quello che abbiamo detto fino ad ora, quello che manca è il piano energetico delle Province, ossia, della provincia di L’Aquila, di Pescara e di Chieti, anche se quest’ultima ha messo su un’Agenzia sull’Energia, ma che non ha prodotto quanto doveva. La provincia di Teramo ha un’Agenzia sull’Energia che ha prodotto un piano energetico soddisfacente alle proprie esigenze, mentre nessuno dei comuni che superano i 50.000 abitanti ha un piano energetico, così come prevede la legge.
Serve pianificazione per far si che tante imprese, anche multinazionali, non facessero del Far West nella nostra regione, come è successo con l’eolico e come sta succedendo con le biomasse. Nella Marsica sono stati presentati 6 progetti di centrali a biomasse, chi da oli, chi da scarti agricoli chi da legnami. Le centrali a biomasse da legnami sono faraoniche, chi da 30 chi da 50 MWT e né
la provincia di L’Aquila, né il comune di Avezzano hanno una pianificazione e capirete che caos ci sia e i cittadini non riescono più a capire le finalità di certe centrali.
Acqua
Questa risorsa è un bene comune, ma spesso non viene calcolato e ce ne accorgiamo della sua importanza quando ci viene a mancare. Di solito nelle giornate estive, quando vediamo i corsi d’acqua vuoti, a volte con morie di pesci.
Quando i contadini non riescono ad irrigare i loro campi ed i raccolti vanno a male.
Quando per scarsa manutenzione degli acquedotti ci sono rotture e si è costretti a chiudere le saracinesche per la riparazione.
Quanto viene inquinata.
Manca una cultura dell’acqua come bene primario per tutti, indistintamente poveri o ricchi.
Limitare i sprechi significa avere maggior risorsa per poi utilizzarla quanto scarseggia e questo negli ultimi ani succede spesso, diverse volte la regione Abruzzo ha dovuto dichiarare lo stato di calamità per la siccità e tanti contadini hanno visto il loro raccolto andare in fumo e solo quelli più grandi o esperti hanno avuto l’indennizzo.
La nostra Regione ha grandi quantità di acqua eccellente che distribuisce ai cittadini di ogni paese, anche il più sperduto nelle montagne, nonostante ciò si acquista l’acqua nei supermercati( e l’Abruzzo fa la sua parte) sprecando quella dei rubinetti.
Si potrebbe capire dal gesto quoditiano che facciamo, da quando ci alziamo a quando andiamo a dormire, dando ai bambini un brutto esempio di come si sciupa l’acqua “potabile”, mentre popolazioni non ce l’hanno nemmeno per bere.
E qui si potrebbero fare tantissimi esempi,ma lascio a voi immaginare, ma uno lo voglio fare.
Quando ad un bambino gli si fa vedere che l’acqua per bere si compra e non si usa quella del rubinetto, capisce che quella del rubinetto non vale niente e, di conseguenza, la si può sprecare.
Noi dobbiamo assicurare ai cittadini che l’acqua che esce dal rubinetto è migliore di quella che acquistiamo al supermercato e per questo non bisogna sprecarla.
Per questo non ci possiamo permettere di sottovalutare quello che è successo nel Gran Sasso o quello che è successo a Bussi, ma non ci possiamo permettere nemmeno quello che sta succedendo a Pescara e a Chieti, che la gente resta senz’acqua.
Dobbiamo capire perché quando è successo l’incidente nei laboratori di fisica nucleare nessuno ha alzato la voce e se non fosse stato per alcune persone e la magistratura ci saremmo trovati con il terzo traforo e disastri ecologici irreparabili.
Dobbiamo capire perché e come è stato possibile che qualcuno ha avuto il coraggio di interrare rifiuti pericolosi in ettari di terreno inquinando le falde acquifere e perché nonostante le preoccupazioni delle associazioni ambientaliste, hanno avuto il coraggio di far bere quell’acqua alla popolazione pescarese.
La Giunta Pace aveva progettato di dare 3 milioni di m3 d’acqua all’anno alla regione Puglia e solo per competenza degli amministratori del csx ha fatto in modo che questo non accadesse. La stessa amministrazione aveva progettato una società ad acta per distribuire l’acqua nel fucino con introiti da capogiro, lo steso introito della società che avrebbe dovuto vendere l’acqua alla Puglia.
Entrambi le società avevano un capitale ridicolo, ma avrebbero gestito milioni di euro.
Noi dobbiamo distinguerci da loro, perché l’acqua è un bene di tutti e chiunque amministra non ne deve fare una questione di cassa, né per chi è ricco, né per chi è povero,ecco perché diciamo che l’acqua è untene pubblico e deve essere gestita dal pubblico.
La gestione dell’acqua deve essere oculata, dalla sorgente alla riammissione in mare, passando dai depuratori e dai corsi d’acqua, che siano essi fiumi o ruscelli.
Quando in politica si parla dell’acqua si pensa subito alla componente del Cda e alle poltrone da spartirsi, per questo esistono i “Partiti dell’acqua”, dove tutti hanno la ricetta per i problemi, a parte di far parte del Cda. Spesso si parla dell’acqua come ente che fa cassa e non si pensa invece a come depurarla e riutilizzarla o, se ci si pensa, ci sono sprechi abnormi, come il potabilizzatore di Chieti che doveva potabilizzare le acque del fiume Pescara, costato miliardi delle vecchie lire ed oggi non utilizzabile.
Tanti comuni della nostra regione non hanno il depuratore, molti degli esistenti lavorano male facendo uscire le acque non depurate bene. Non per questo bisogna abbassare la soglia percentuale di depurazione, come è venuto in mente a qualche consigliere regionale, ma bisogna che tutti si mettano in regola perché si restituiscano le acque reflue in condizioni che possano essere riutilizzate, anche dai contadini i quali una volta usata l’acqua per l’irrigazione, hanno il dovere di rimandarla nelle falde nello stesso modo in cui l’hanno prelevata, cioè potabile e non inquinata da pesticidi o diserbanti.
Gli stessi dovrebbero essere i primi a risparmiare questa risorsa, cambiando il modo d’irrigare con i nuovi sistemi a goccia che hanno fatto si che un paese come Israele, che non ha acqua abbastanza per l’irrigazione, potesse avere un’agricoltura fiorente. Logicamente quando si parla dell’acqua non si parla mai del rischio idro-geologico, questo come l’ambiente in se procura solo ostacoli ad un modo di sviluppo.
E’ di pochi giorni fa un articolo di Legambiente che denuncia la costruzione di abitazioni lungo i corsi d’acqua e dove è stato dichiarato inedificabilità per rischi idro-geologico.
Questo nonostante fosse in atto un piano regionale che regola la costruzione di edifici per la residenza pubblica, se poi ci mettiamo che la manutenzione dei corsi d’acqua è scadente riusciremo a capire perché ogni volta che piove un po’ di più ci sono allagamenti, frane e morti. D’altra parte chi si comporta in questo modo è anche responsabile dell’inquinamento dei fiumi.
Nella nostra Regione sono pochi i km di fiumi che si salvano dall’inquinamento, solo alle sorgenti e per qualche tratto le acque restano sane, appena arriva l’antropizzazione con lei arriva l’inquinamento di ogni tipo e grado, anche pericolosi per la salute pubblica, come ci hanno dimostrato i fatti del Gran Sasso e quello di Bussi. Una regione come la nostra che pensa di svilupparsi con i progetti Parco, Appennino parco d’Europa e Abruzzo Regione Verde D’Europa, non può non tener conto di questi problemi e deve fare uno sforzo in più per risolverli in modo totale e questo non possiamo delegarlo ad una parte della società, il cdx, che pensa ad uno sviluppo diverso, fatto di cementificazione e distruzione della natura.
Su questo tema vorremmo lanciare un progetto Life per il Fucino. Il progetto prevede il ripopolamento dei gamberi di fiume nei canali del Fucino. La cosa si può fare, ma per prima bisogna cambiare il modo di coltivare.
Oggi oltre alle coltivazioni abituali, quali patate, carote, grano e mais, ci sono delle coltivazioni a cicli forzati, come le insalate o il finocchio che al contadino fanno fare tre raccolte l’anno. Queste hanno bisogno di tanta acqua che viene prelevata dai canali e che non ritorna subito nelle falde e, nelle condizioni attuali, ci torna inquinata dai nitrati e fosfati che vengono utilizzati in maniera errata con concimi e diserbanti.
Quindi cambiare significa tornare a produrre coltivazioni tradizionali o che non richiedano troppa acqua, utilizzando prodotti che non inquinano o che, se utilizzati bene, inquinano poco. Nello stesso tempo si dovrebbero piantare degli alberi lungo i canali d’irrigazione in modo di avere una fito depurazione naturale ed in questo modo si può pensare di reintrodurre il gambero di fiume nel Fucino, così si potrebbe avere un prodotto sarebbe d’eccellenza con il marchio DOP che andrebbe a compensare le mancate raccolte.
Come tutti i piani regionali anche quello dell’acqua ha bisogno di sostegno e di pianificazione a livello provinciale e locale in modo che possa essere funzionale a l’intera società e non solo per poche persone. Abbiamo già accennato ai problemi che in questi giorni affliggono le città di Pescara e Chieti.
La loro popolazione ha problemi di approvvigionamento dell’acqua e solo in questi momenti si ha la percezione di quanto sia indispensabile questo bene, perché l’acqua non si beve soltanto, ma con essa ci si lava, si cucina e la utilizziamo in tantissimi altri modi e solo in questi momenti si pensa a quelli che questo problema ce l’hanno tutti i giorni.
Insieme ad una nuova cultura dell’acqua andrebbe effettuata un cambiamento radicale dei nostri comportamenti e la questione non è solo filosofica, è il solo modo per poter assicurare un mondo migliore ai nostri figli.
Rifiuti
La nostra Regione ha approvato il piano regionale dei rifiuti da poco tempo, un buon piano che può essere sempre migliorato nel tempo. C’è bisogno di portare a termine questa pianificazione con velocità, altrimenti ci troveremo a fare i conti con le odiosissime discariche che nessuno vuole se non l’Ecomafia.
Come il piano energetico, anche questo piano ha bisogno di pianificazione da parte delle Province,ora che sono stati ridotti drasticamente i consigli di amministrazioni che da 14 sono stati portati a 4. Quattro A.T.O. tanti quanto le province, anche se, come la regione dell’Emilia Romagna ha una sola società che gestisce tutto ciò che riguarda questa materia,mentre noi abbiamo nelle province sono 3 e anche 4 società che non riescono a soddisfare il fabbisogno locale.
La prima cosa che ci dice questo piano è che bisogna ridurre gli enti gestionali, poi ci dice che bisogna ridurre la produzione dei rifiuti, perché ne produciamo troppo e non sappiamo fare la raccolta differenziata che alla fine dell’anno dovrebbe arrivare al 23%. Il piano prevede un aumento della differenziazione dei rifiuti fino al 60% e successivamente prevede il recupero energetico.
La notizia di ieri che Chiodi nei primi 100 giorni del suo governo, se verrà eletto, sarà quello di cancellare la quota minima di raccolta differenziata in modo che potrà partire subito il progetto dei Termovalorizzatori, vecchia storia la loro.
Nel piano triennale si prevede l’investimento di 36 milioni di euro di cui 25 andranno alla realizzazione dei sistemi impiantistici, come quello realizzato ad Aielli inaugurato poco tempo fa e che servirebbe al compostaggio dei rifiuti.
Questo piano è stato approvato dopo 2 anni di concertazione, è stato posto alla Valutazione Ambientale Strategica e ci sono stati riconoscimenti da parte delle Associazioni Ambientaliste e della FederAmbiente.
Logicamente tutto è migliorabile, ma una cosa è certa, come è stato gia detto, non abbiamo tempo da perdere, bisogna che ognuno di noi faccia la sua parte e che i cittadini abruzzesi debbono essere messi in condizioni di fare la raccolta differenziata per arrivare alla percentuale preposta.
Dovevano essere le aree protette, con la copertura del 33% del territorio abruzzese, a dare un programma sostenibile, cosa che non è stata fatta o si è provveduti solo ultimamente. I costi della vita nei paesini di montagna spesso è insostenibile. Si va dal riscaldamento delle abitazioni che è di molto superiore a quello di chi abita al mare, ai prezzi dei negozi d’alimentari, che, dove ci sono, sono in pochi e spesso se ne approfittano per la mancata concorrenza. Dai collegamenti con centri urbani più grandi che a volte sono inesistenti, alla mancanza della banda larga per il collegamento ad internet.
Su questi due argomenti vorremmo fare una proposta da inserire al programma del partito:
La Car Shering, ossia affitto di autovetture. Questo progetto potrebbe essere destinato nei paesi dove il collegamento con gli autobus è scarso, ed allora la regione acquista auto, possibilmente ecologiche con impianti a metano o gpl, e gli abitanti di quei paesi possono utilizzare le auto in affitto per i loro spostamenti
Il secondo progetto è il WiFi che sta per Wirless Fidelity. Praticamente un sistema di collegamento alla banda larga senza fili, con ricevitori. Questo servizio in molte zone dell’Abruzzo è assicurato con una società che si chiama Witel, mentre è in programma un progetto nazionale denominato WiMax, o riprendere uno studio della Telecom ed Enel per il passaggio della banda larga attraverso i collegamenti elettrici, che oggi arrivano a coprire tutto il territorio nazionale.
Questo progetto dovrebbe essere destinato a tutti i paesi di montagna e gratuitamente. Come sono gratuite le strade che percorriamo con le automobili, così dovrebbe essere gratuito usare le strade telematiche. In modo che, chi volesse fare un’operazione bancaria lo può fare anche tramite internet senza fare 50 km e permettere a tutti di poter pubblicizzare i loro prodotti tramite le strade telematiche, quelle che oggi sono le più usate dagli utenti.
Vincenzo Pisegna
Coordinatore Regionale
Ecologisti Democratici Abruzzo
Info:
3397203891
vincenzo.pisegna2@virgilio.it
http://ecodemteramo.wordpress.com